Ricordi di una telegrafista – 2

Come eravamo belli, Roberto ed io! – Tanto ardore folle di baci – e poi egli voleva fuggirmi; era madido di sudo­re, colle vene turgide, sentivo il suo cuore che pulsava veemente e mi respingeva smarrito, quasi con terrore ed io a stringerlo con tutta la forza mia. – Non capivo perché vo­leva lasciarmi in fretta… Eva, Eva! Ancora Eva! Io  ero io… la tentatrice! Ma inconscia… istintivamente…

– Vado via, lasciami andare Marina, lasciami andare!

Egli diceva con affanno…

– No, no, Rob, non andare, no, no io non voglio!

Sono caduta sulla pelle d’orso – e poi poi – l’ho trascinato con me, sul tappeto, e là, su quella pelle d’orso candido  io singhiozzavo e baciavo, baciavo lui ed anche me – i miei capelli, le mie dita, le sue vesti, gli ho scoperto la gola, il petto bianco, appena velloso e le mie labbra umi­de hanno sfiorato la sua carne… Soffrivo! Non so perché, soffrivo acutamente ed ero nel contempo presa da una dolcezza squisita. Egli è rimasto qualche minuto come una statua – poi è stato lo slancio d’una belva delirante. Mi ha avviluppata, stretta in una morsa! Scomparivo tra le sue braccia. È cominciato un delirio, un’esaltazione. Eravamo pazzi, furenti, con una sete spasmodica del nostro san­gue, col bisogno di passare le labbra sotto all’epidermide, baciare la carne sanguinante, penetrare l’ossa e suggerci a vicenda. – Anch’io a Roberto li ho fatti grandi lividi e poi medicavo il dolore coll’umida lingua, come il gattino quando liscia il suo manto e ridevo… bambina folle!

Stamane non faccio il bagno –  mi sembra di conservare in me qualche cosa di Roberto – ho dormito nulla. – Sotto i miei occhi è disegnato un semicerchio che par fatto con l’inchiostro di china, come in un acquarello. Mi sono incipriata di veloutine rosea, ho messo una camicietta chiusa (oggi non posso mostrare il mio collo!) Vestita di un bianco crème acquisto un colorito meno scialbo.

– Le labbra sono gonfie, non posso sorridere, mi fanno male. Nel­le pupille, è  un lampo insolito,  uno sguardo che prima non avevo — mi pare che si debba leggere ciò che ho fatto — ed è con una certa irritazione che rispondo a Matilde Bartoli la quale chiede:

— Sei felice, Marina?

Anche Matilde ha gli occhi pesti — e mi sembrano maliziosi, mentre mi scrutano… Innanzi a Nina Sambise abbasso la testa con timidezza. La buona ragazza mi dà soggezione. I suoi grand’occhi neri e tristi mi confondono. — Ah se sapesse, se sapesse! Ella tanto severa e saggia che direbbe mai! …

Non ho visto in vita mia una testa così bella e triste come la sua. Non so perché io la chiami testa di Santa Egiziana. Né comprendo come si possa avere astio per lei tanto buona e sfortunata. Ho veduto con quale stento continuava il suo lavoro e come divorava lagrime che volevano sfuggirle…

— Stai male? Devi avere la febbre, Sambise!

Ella non ha potuto rispondermi: la sua voce sarebbe stato un singhiozzo — ogni tanto la guardavo perché mi pareva dovesse cadere sull’apparato. — Il bel viso era quello d’una martire:

– Non fai colazione? Nina?

– Non mi va!

Io mi sostengo a furia di caffè, Nina beve spesso dell’acqua e suda, i suoi capelli sembrano ancora più neri.

– Posso giovarti, Nina? Dimmelo francamente!

Intanto ovunque si flirta, si occhieggia, si guarda, si scambiano bigliettini. Gli uomini ronzano intorno, sbirciano, sorridono sotto i baffi e fanno il piccolo contrabbando amoroso.

Poi uno zitto, zitto, un lavorar più febbrile…

Passa un ispettore, con un direttore e segretari e tirapiedi con la grave compostezza d’un corpo diplomatico. — Si tratta di disfare ciò che ha fatto il predecessore. — Sempre così. — Uno fa e l’altro disfa!

– Passa la corte! Che importanza! E credi che facciano qualche cosa!? Eccoli, ascolta:

Tutto sanno e nulla fanno.

Tutto fanno e nulla sanno.

Son Direttori, girali, pesali…

più li pesi, men ti danno!!

E ride! Con la sua voce di velluto ripete: Nulla fanno, nulla sanno! E scappa oltre, facendo la mimica, e ride!

Trottella, cammina trottellando, è piccola grassoccia…

Io la chiamo quaglietta. In principio ella era gelosa di me; ora mi tiene ancora in osservazione… ma si varassi­ curando! Napiero è molto intelligente, ha molta tattica e si trova benone nell’ambiente. Ride sempre ride, anche quando ha la bocca amara…

– Ah Nina…, mia povera cara!… Succede un trambusto… – Nina si alza in fretta, poi cade pesantemente in terra. Io corro, tutti corrono verso di lei… la portiamo nello spogliatoio… acqua fredda, sali, aceto, massaggio, si corre in farmacia: intanto rinviene, quella povera cara, e si ricopre e chiude le vesti slacciate… sorride ringraziandoci. Mi dà ancora più che mai l’aspetto d’una martire: il suo bel seno, al lato sinistro è segnato da una lunga freccia rosea per una operazione subita. Mi ha ricordato  il Cristo  che fu ferito al costato… A Nina ho fatto bere dello zabaglione che io tengo sempre pronto nel mio armadio; cosi la poverina ha potuto rimettersi al lavoro.

– Vedi, le ho detto io, se mangiavi non ti succedeva questo!

Ella mi ha confessato che in quarantotto ore ha preso solo un uovo!

Ah! un uovo! ed io che in fiori e dolci ho sperperato tanto denaro! E Roberto in tante violette e reseda e bomboni, lo stipendio nostro di mezzo mese! Mi sento prega dal rimorso, mi vergogno e mi ritiro un momento perché ho bisogno di piangere.

Il mio affetto per Nina si fa più forte… e dopo l’ufficio, cioè  terminato  il servizio, l’accompagno  a  casa  sua. Chi mai lo pensava?!

Che buia squallida casa al pianterreno, con le inferriate verso un cortile scuro, con un vecchio pozzo e rottami e tupi che vi correvano indisturbati! Un pancone sgangherato e fracido, delle pareti piene d’erbe grasse… un mastello d’acqua sporca ed una donna che sciacquava panni e li di­ stendeva sopra corde legate nei grossi chiodi delle umide pareti – nell’interno pochi mobili ben tenuti ma divorati dai tarli e in un povero lettuccio di legno una figura vene­ randa: una vecchia pallida, cogli occhi gonfi, le labbra scolorite, bella malgrado l’età, il dolore ed i patimenti. E la mamma di Nina!… Sofferente d’artrite e vizio cardiaco. Nina l’abbraccia con effusione, le usa le cure occorrenti e l’ammalata sorride anche a me affettuosamente scusandosi di non potermi ricevere come vorrebbe. Credo d’essere in preda ad un cattivo sogno! L’ho baciata commossa, poi Nina mi ha portata in un’altra camera altrettanto povera e squallida.

– Che effetto ti fa questa grande miseria? a te, appena uscita da un ambiente aristocratico che ignora le sofferenze dei poveri? Ecco vedi, come siamo ridotte noi! Con le due lire e trenta che ci danno al giorno, dimmi come possiamo vivere! A poco a poco ho venduto tutto, ho appena due rnmicic per cambiarmi e siamo ammalate! hai visto?? lo ho sempre bronchiti, la mamma, sempre l’artrite  e come vuoi che ci curiamo?! E quando non potrò neppure an­ d.u-c in servizio, come farò, Marina mia, come farò! Da vendere non ho più niente, a meno che non venda questo mio miserabile corpo!

Si dicendo è scoppiata in un pianto disperato!

– E non ero abbastanza disgraziata, – ha soggiunto, – che il direttore in seconda, ora mi perseguita perché fingo di non vederlo quando egli cerca d’incontrarmi! – Mi ha fatto togliere lo stipendio dei quaranta giorni dell’ultima malattia; me lo tratterranno a poco a poco. E si vuol dare la colpa al Ministero! Di tutto si dà colpa al Ministero per coprire la propria cattiveria. Lo so, lo so! Sento che muoio o divento pazza! Per giunta ho da pagare l’affitto di tre mesi!

Si aggrappava a me presa da un singhiozzo convulso, che dava pena a vederla.

Poi si è calmata. L’ovale perfetto del suo viso, contratto da mosse spasmodiche, riacquistava le sue linee pure; velate  da  un  pallore che la  rendeva  soavissima   pareva esalasse un profumo delicato pareva una statua scolpita in cristallo lapideo, in aromatite… la pietra profumata!…

Con voce debolissima, mi ha narrato tutta  la sua  vita di dolori, di sacrifìzio ed anche la tentazione, che per un istante ha ghermito il suo pensiero, come quando l’artiglio adunco dell’animale rapace tenta involar la preda:

– Sono arrivata sino ad ascoltare proposte infami. Volevano convincermi che l’onestà è un’utopia! – La fame è una terribile nemica. – Ma innanzi a «quell’uomo» dagli occhi di sparviero, che mi guardavano in modo spaventevole mi è sembrato di vedervi dentro due serpenti! Due jaculi, che si slanciassero sulla mia carne trapassandola con punte di ferro che s’affondavano sino al cuore…

Sono fuggita da quell’infame esaurito di sensualismo! Inorridita, spaventata, come pazza d’essere giunta ad accettare la possibilità della caduta. Mi sentivo percossa dal knut dei russi! Tutta la mia anima era piagata! Per più giorni non ho trovato pace. – Avevo sempre innanzi agli occhi «co­lui»! E mi pareva che da quella testa sortissero tante teste di kamichi, tanti quanti i suoi capelli e che gli occhi di sparviero si fossero conficcati, duri come la jeracite, dentro al mio petto!

Poi ho sentito una gioia intensa: come il naufrago che riesce ad afferrare l’ancora di salvezza ma, la mia gioia, Marina ha durato un attimo! La miseria era sempre li!

Mi covava con un ghigno spaventevole  pareva che mi irridesse! Allora ho avuto scatti di collera furiosa, mi sono dibattuta come un’epilettica… maledicendo tutto e tutti, disperata di non aver avuto la forza di precipitare come tante altre ed abbrutirmi e finirla una buona volta! Poi ancora esultante d’aver superata la tentazione – confidando di nuovo in Dio… così ho lottato da quattro anni; o Marina, adesso sento che diventerò pazza! Vendermi?!

– No, no – non posso! Suicidarmi?! Neppure! Dio me lo vieta; e mia madre, e mia madre… oh mia madre! – Così mi ha detto.- Il pensiero di sua madre l’ha ridotta in uno stato compassionevole. I singhiozzi più disperati l’hanno scossa, come un misero arboscello squassato dall’aquilone o dalla raffica. – Ho creduto mi spirasse tra le braccia! – Oh povera povera creatura, quanta pietà mi ha fatto! Il mio cuore ha sobbalzato, i miei occhi si sono velati da una lagrima calda, le mie mani tremanti hanno levato dal mio collo la ricca crocetta brillantata e con la parola che a stento usciva dalla mia gola le ho detto:

– Nina, Nina… accettala, impegnala! Poi ti troverò lavoro che potrai eseguire mentre vegli la tua cara ammalata. Rianimati, coraggio! Non arrossire – alza gli occhi – guardami – così! Oh poverella, quanto mi sei più cara, ora! Ritrova la tua energia, la tua tempra vigorosa…

Le nostre mani agitate… unite, tra i bagliori della croce brillantata, parevano un simbolo… un emblema… di fratellanza e carità.

Nell’orto delle monache, una cicala stride. Dicono che si ciba di rugiada… Si può essere più poetici di così?! Ep­pure quanto è noiosa quella piccola «chantcuse» nel suo teatro di verdi fronde!

Volentieri le lancierei un sasso, perché m’impedisce di pensare; e non so vedere colla mente… null’altro che quel­le ali né coriacee, né membranose… bizzarre e misteriose, come il mio spirito di… torpedine; di tormalina riscalda­ta …!

Roberto mi ha inviato una magnifica cesta di violette di Parma e di reseda. Quest’omaggio, dopo che ho veduto la miseria di Nina, mi affligge – davvero mi affligge. So che quest’invio di fiori è d’uso con tutte le… lyonnesse… Ciò basta per irritarmi. – Stassera voglio tormentare Roberto. Ecco il mio programma: voglio che soffra, voglio vederlo adirato… perché, in fine, tutta quella baciomania potrebbe diventare una ginnastica qualunque e di poca emozione, viceversa io sono avida d’emozioni nuove e le cerco e le studio. Che bizzarre toilette ho fatto! Vestita di seta rossa, come la Nave di Roberto… d’un rosso vivo. I capelli acconciati capricciosamente con una rosa porpurea spiovente sull’orecchiuzza sinistra ove scintilla una grossa granata. Un filo di queste mi gira intorno al collo, come il collier della«Soavissima Margherita». Due fibbie d’argento e granate luccicano sulle scarpette di pelle bigia scamosciata. Ho le mani piene d’anelli antichi, strani… uno pare di piombo dal quale filtrano brillantini vividissimi e cangianti: in certi momenti diventano quasi rossi! Sono quel che si dice «una bellezza piccante». Oh! che meta­ morfosi; la damina d’alabastro si è cangiata in diavolina uscita d’averno!! Sulle guancie un poco di rossetto…

Roberto è arrivato. Bellissimo, genialissimo, – colle braccia pronte ad afferrarmi, le labbra protese verso la mia bocca, tutto illuminato da una luce d’amore… Ed io gli sfuggo, lo arresto e col tono della Sovrana, che accoglie l’Ambasciatore… l’invito a sedersi sul divano…

Ci culliamo rovesciando l’étagère con l’Ebe negra. Il trofeo di armi ha un sottile tintinnio, le rose lasciano cade­ re alcune fogliuzze senza vita…

– Finisci questo cattivo scherzo! – mi brontola Rob, – madido di sudore ed ansante come un soffietto dell’antico tempo.

Ma io non scherzo! Non voglio carezze – niente! niente!

Oh come diventa «ameno» quel viso d’uomo sferzato dalla insoddisfatta brama! – Ciò mi ha dato un’allegria pazza ed ho cantato, ballato, trillato – fatto un pandemonio come i selvaggi nelle loro orgie! Infine – come un monello –  facendo le boccacce ho chiesto con voce gutturale:

– Sono stata… come tua … moglie, quell’altra volta? …

Roberto ha una mossa di meraviglia e mi guarda con te­ nerezza senza rispondermi.

– Voglio! Oh voglio! Rispondimi.

Ed egli a me un po’ confuso:

– No – non lo sei stata… Marina.

– Ah no! Ah no! – ho gridato tutt’incollerita… – Egli credeva invece che gli dicessi grazie! – Ed io ripetevo quello «ah no!» con voce di rabbia e di rimpianto insieme.

Egli ha detto che mi ha rispettata! – Rispettata… rispettata… Gli avrei volentieri graffiato il viso e levati i piccoli peli della sua bocca in compenso di quel… rispetto!

Pensavo che nel desiderio di me non aveva perduto la ragione e ciò mi umiliava e rendeva cattiva…

– Ma… tu non sai… il valore…, – mormorava Roberto triste e meravigliato come a… giustificazione; volendo convincermi del suo agire sufficientemente lodevole…

Io gli ho voltato le spalle, col viso al muro… Allora la bocca di Roberto si è posata sulla mia nuca; ed io rivoltan­domi come una vera viperetta, gli ho graffiato la faccia come una furia!!

Un lungo squillo di campanello, ha sospeso la collera…

ormai bilaterale!! Abbiamo sussultato… Chi mai?!

– Non aprire! Spero non aprirai… Marina!

Indosso in fretta un fischi nero, senza ascoltare Roberto e mi muovo…

Dio dei padri miei! Il Padre D’Orelles, che viene da me… proprio in quel momento… tipico! Egli, il mio egregio Reverendissimo tutore! Mi è sembrato che una valanga mi piombasse alla schiena e mi precipitasse come un sassolino qualunque, in fondo ad un abisso, scomparendo nella voragine…!

– Reverendissimo! – ho esclamato, Reverendissimo! – volevo che Roberto comprendesse. – Quale onore!… Mi sono inchinata come la beghina al bacio dell’anello episcopale – fermandomi su quella mano ossuta come fosse un viso amato, tanto per ricompormi…

– Mi sembrate un’artista da teatro – che vuol dire questo abito strano? –   ha commentato ed interrogato subito con una cera un po’ abbuiata… il Padre D’Orelles.

Che dirgli? Il genio del male mi ha dato la menzogna sacrilega!

– Vuol dire, Padre Reverendo, che è vecchia roba della mia povera mamma. — La metto per un sentimento di tenerezza che forse… Lei… non potrà capire… — ho mormorato arrossendo.

Egli si è rasserenato; mi ha dato un colpetto sulla guancia come al «Pax tecum» della cresima, mentre con benevolenza continuava: siete ancora una bambina! Vi capisco ed ora ascoltatemi…

Che discorso mi ha fatto! Un’omelia di primo grado! Uno squarcio d’eloquenza…, tutto per proibirmi le sedute di spiritismo e farmi promettere devozione alla loro causa santa.

– Mi sembra sant’Agostino, Reverendissimo Padre! Sarò felice d’ubbidirla…

Il mio complimento gli è piaciuto… Io lo guardavo con occhio furbo ed umile… La piccola ipocrita si ridestava innanzi all’altrui.., diplomazia! Il nostro era il colloquio d’una grossa e di una piccola volpe, che a vicenda tendevano a dare… scacco matto! …

Appena partito il mio caro Padre D’Orelles — io scoppio in una risata che pare una cavatina del Barbiere di Siviglia, ed il povero Roberto uscendo dalla mia camera da letto, ove si era rifugiato, mi guarda esterefatto, come innanzi ad un fenomeno stupefacente, e mi dice con voce alterata:

— Marina, voi siete un meraviglioso amalgama di ingenuità e di scaltrezza! Avete i nervi ammalati… curatevi! Nessun pazzo è tra i vostri antenati?

– I pazzi, i pazzi! La gran parola! E sapete voi chi sono i pazzi e chi sono i non pazzi? — Vi mettete tra quest’ultimi o tra i primi, voi? — Ve lo chiedo per avere.., un’unità di… misura!

– E ridendogli in faccia, gli ho fatto un gesto di compatimento!

Ho parlato ininterrottamente per mezz’ora — sfiorando tutti gli argomenti… con una musica altrettanto monotona come  la  cicala  dell’orto!    Evidentemente   Roberto non si diveniva! Poi… ha tentato ancora  di  abbracciarmi, ma io gli  ho  buttato  tra le  mani il cippo  di  madrepora… che ha traballato come un ubriaco… Allora  Roberto  si  è deciso a ritirarsi!…

Provavo un piacere maligno;  però  avrei  voluto  che Rob avesse avuto lo spirito di ritornare… e mi avrebbe trovata palpitante, più desiderosa di baci e di carezze… ancora più dell’altra volta!

È poco furbo, Roberto, col suo… eclissi totale!!…

Cosi è finita la nostra commediola! Ci siamo ritrovati al Palazzo ma… in veste ufficiale. – Vale a dire a base di inchini e di altre mosse da marionette… aristocratiche… Mantenendo eroicamente il nostro cipiglio… Muso, muso e derivati, trionfavano: giunti all’acme… Ci siamo saluta­ ti cerimoniosamente ed egli è ritornato a Venezia… biforcando la nostra via e senza… scaponirci!!

Oggi, quanta tristezza! È morto un collega. Un povero ometto sempre giallo, d’un giallo che faceva pietà! Eppure si voleva che fosse in grado di lavorare.., e gli avevano intimato l’aspettativa — vale a dire, la mancanza di stipendio o quasi. Perciò si trascinava in ufficio, invece di stare a letto! Lo vedevo muoversi a stento… non poteva parlare, non aveva più forza sufficiente, il poveretto! Ed ora lascia quattro orfanelle, a dibattersi nella miseria!

Tutti erano indignati contro un superiore locale.., che era il vero aguzzino del povero disgraziato — e… c’era l’intenzione di lapidarlo coi calamai, registri, sedie, quel caro «locale! »

Abbiamo firmato per una corona ed anche per un’offerta in favore della famigliuola derelitta che certo non aveva risparmi per fronteggiare la situazione.

Io sentivo nell’animo una desolazione, un avvilimento… mi pareva che dovessi avere la mia parte di vergogna… appartenere ad una classe di lavoratori, che col proprio guadagno ha appena di che sfamarsi, non è portare un contributo allo sfruttamento delle nostre forze? Poiché se nessuno accettasse… E cosí pensavo che dovevo prendere il volo.., anche da quella… gabbia! Non solo pel mio benessere, ma anche per dignità umana… bisognava uscirne, bisognava uscirne!

Il funerale?! Ah che cosa squallida e grottesca, che apparato scenico stonato, che cerimonia degna di… selvaggi! — Secondo le nostre usanze io lo trovo una meschina parodia… Quella carrozza, quei drappi, quegli uomini-cocchieri in istrana livrea, le civette dipinte.., e tutto il corteo di… indifferenti — mi pare una profanazione! — Io vorrei che mi si preparasse la fossa al cimitero, con il cofano aperto e pronto a ricevermi come un astuccio… Mi calassero là, dentro le amorose braccia dei miei congiunti, baciassero il mio viso freddo, mi guardassero con tenerezza, e poi… chiudessero piamente quel mesto scrigno che… purtroppo accoglie non la gemma… ma lo sterco! E la terra a grado a grado m’avvinghiasse al suo grembo, e scomparissi tra il sussurrio d’una preghiera e l’ultimo bacio d’un superstite. — Nulla, null’altro!…

Quando hanno calato nella fossa il meschino collega, un’intensa compassione mi ha costretta a piangere. Compassione non solo per quella misera esistenza scomparsa, ma per la nostra impotenza a vincere la morte! — La morte?! — Perché, perché l’uomo che dalla sua intelligenza ha formato le piú meravigliose invenzioni non riesce a domare e debellare cotesto nemico che entra nei nostri organi interrompendo il funzionamento normale col semplice apporto d’un microbo, d’un bacillo?! — Si dice: il tempo è l’inevitabile! Ma chi conferisce al tempo un potere distruttore se noi equilibriamo esattamente e contemporaneamente.., le nostre perdite con il nostro guadagno?! Non voglio ingolfarmi in riflessioni piú ardue e profonde — ma io ritengo che si potrebbe giungere colla scienza ad impedire lo sviluppo d’ogni sorta di malattia.., anzitutto illustri scienziati, trovatemi un «ultraspecchio» capace di vedere traverso i corpi… opachi — tra i quali annovero il nostro rispettabile involucro umano – di guisa che si possa contemplare non solo la nostra scorza… ma tutta la… polpa interna!

— Dottore, tutto è in regola? Pesate, equilibrate micro-scopiate, tutti i miei… bagagli interiori. La mia corrente elettrica è tutta di… tanti Volts normali? Esaminate bene questo microcosmo in tutte le sue parti e particine: Nessun deficit?! — Cosí una dozzina di volte al giorno. — Naturalmente ogni singolo individuo ha l’obbligo d’aver un medico permanentemente alle costole formando il gruppo dei due fratelli siamesi! E cosí via tutto un cambiamento alla faccia del mondo.

– Non prendi più moglie?! — dice un Tizio a Caio.

– No — ho visto nell’ultraspecchio che aveva un microbo in…

– Di Sempronio non hai buone referenze?

– Non si fanno più affari a lunga scadenza, poiché nel-l’ultraspecchio ha due bacilli al… quindi non è solvibile!…  E cosí via, e cosí via!

– Marina, avete dei pazzi nei vostri antenati? — così mi direbbe ancora Roberto, o chiunque altro mi udisse. — Eppure codesto ragionamento semi-infantile può avere il suo lato serio. — Chissà! Un’idea grande in embrione?! — Forse che sí… forse che no… Io ho finito col ridere.., del mio pianto! Una farfalla verdolina spruzzata d’azzurro, mi ha battuto le alucce proprio sotto il naso… forse per ricordarmi che siamo verminati a formar… con quel che segue! Di nuovo mi sono rattristata nella casa della morte e sono partita imbevuta di quell’odore caratteristico dei cimiteri — camminavo con passo greve — a capo basso, come il cane che più non spera di ritrovare il suo padrone! — Tutto mi pareva inutile e vano!

… Mi ha preso una voglia smodata di leggere tutto, di sapere tutto! — Ho fatto l’abbonamento ad una biblioteca circolante e leggo ogni sorta di libri — sempre sperando d’acquistare certe cognizioni esatte… ma non mi raccapezzo!… Che cosa fanno dunque gli sposi?!! Non sono stata come sposa di Roberto — anatomicamente nulla è cambiato in me — così mi ha dichiarato — oh quell’anatomicamente, quanto filo mi dà da sbrogliare!! Le mie induzioni rimangono sconcertate… — Roberto non mi ha scritto, neppure un saluto! La cosa dovrebbe spiacermi — viceversa me ne compiaccio. — Bravo, Rob. — Questo è carattere; e nel contempo io non mi smuovo dal mio contegno d’ostinazione… brava Marina, bamboletta di Norimberga — dalla testa dura come il sasso! — Che cosa nascerà? ! ?

Matilde mi ha invitata a casa sua per vedere il ritorno degli equipaggi dalle corse. — Sa che amo i cavalli — ma io ho accettato per un altro scopo… Matilde deve sapere ciò che io non so — quindi, superando una certa ripugnanza che mi ispirava (senza motivo) sono diventata la sua intima amica…

Il mio piano strategico… è riuscito! Ho finto di sapere… ed Ella non credendomi completamente ignorante, ha sollevato ad uno ad uno i veli della mia ingenuità!

Mi pare… l’inverosimile! …

Ah ora io… conosco.., la vita in teoria! È dunque vero, non sono stata come sposa di Roberto — ed il tutto si riduce ad una cosa comunissima… Pare, succeda così anche tra donne! ah questa è una vergogna! Senza l’amore è una turpitudine!… Ero rossa parlando di queste cose, io che sono sempre di neve!

Matilde mi ha fatto tante confidenze. Ella si è data co-sí, a metà come me con Roberto, ad un signore maturo che le dà un aiuto finanziario. Con questo aiuto suo fratello ha potuto continuare i suoi studi da medico, e le due sorelle le scuole normali — altrimenti, tutti orfani e senza un soldo che avrebbero potuto fare? — Io ragiono, capisco! Tuttavia.., l’impressione di disgusto è tanto forte che Matilde l’ha notato e mi dice con profonda mestizia:

— Capisco, capisco — ti sembra un orrore, tu non conosci la miseria ed il peso di tre fratelli minori. — Ti senti rivoltare, provi nausea sapendomi così venduta — ed anch’io per molto tempo ne ho pianto giorno e notte. — Le prime volte ero così inorridita che per più giorni il mio stomaco rifiutava il cibo, poi… ho tollerato! Ho ceduto, sfiduciata, affranta, dopo aver tentato ogni via e cercato lavoro! — Non trovavo che umiliazioni e sarcasmi. Che si faceva con le mie due lire e trenta giornaliere? Considera! Considerami. — Sono colpevole, si, ma il più colpevole cercalo in questo miserabile Governo, che ci retribuisce al disotto del più meschino operaio! Chi è solo e gode buona salute, può anche difendersi, ma…

Mi ronzavano alle orecchia le parole: «non conosci la miseria… anch’io ero inorridita… il colpevole cercalo in questo miserabile Governo! »…

É vero, è vero poverella! — E quel suo capo chino, quella fronte giovane già solcata da una ruga profonda e la piega amara e sofferente della bocca, le sue ciglia umide per l’angoscia interiore, la persona in atteggiamento accasciato, mi hanno fatto compassione:

— Abbracciami, Matilde, — le ho detto amorevolmente. — Ah non mi condanni, Dio ti benedica!

Cosí abbiamo pianto insieme, e mi sentivo in cuore una dolcezza, come quando ho aiutato Nina Sambise.

Mi sentivo ben più colpevole io della povera Matilde, poiché avevo ceduto soltanto all’impeto della mia indole ed al calcolo di legare Roberto a me. Sarebbe stato logico che anch’io avessi confidato la mia… aberrazione — ma… ho taciuto il mio fallo; poi a che pro’ dirglielo?

— Sono caduta nell’inevitabile, credilo Marina — il mio animo è onesto ed è per me un tormento continuo questa vita di bassezza e di simulazione — e poi e poi non potrò amare, non ho più il diritto di amare, non potrò mai pensare di formarmi una famiglia mial… Sono indegna, ho distrutto per sempre sin la speranza! Ingannare un uomo? Mai e mai. — Vedi tu quale vita mi resta!? Ah che m’importa di quest’agiatezza che vedi, questi abiti troppo belli per una impiegata, quest’obbligo d’essere elegante?! Ah come vorrei portare i vestiti di lanetta tinta e rappezzata come Nina Sambise ed avere lo spirito sereno e l’animo in pace come il suo!

Al mio orrore è subentrata la compassione. Il mio cervello si sgroviglia, ed un turbine di nuovi pensieri si sprigiona irruente! «La colpa, credilo, è di questo miserabile Governo.., non ho più il diritto ad amare… vorrei portare i vestiti di lanetta…» Povera cara, povera Matilde — sei stata una vittima, comincio a capirlo…

Tutta la casa spira ordine, agiatezza, proprietà…

— Lo ricevi qui?! — chiedo io arrossendo…

– Oh mai più! Ti pare! qui ove abitano le mie sorelle, e poi, la gente?! Andiamo fuori, in campagna, a colazione…

– Quel giorno che eri in tram, con tanta vaniglia, andavi?…

– Ma…: sí…

Ah io sono terribilmente indiscreta. Matilde ne soffre, pure mi risponde pazientemente.

Poi ho ammirato due bomboniere: un moretto carico di monete d’oro (di cioccolata) ed una bella rosa col motto: Rosa senza spine…

— Fu il primo dono, ed erano piene di monete, ma le spine vi erano…, dice Matilde, arrossendo.

— E come spieghi ai tuoi fratelli questo benessere?

– Dico che do lezioni di francese. — Credono — spero lo credano!

– Ah! (ho sentito un brivido nel sangue!)

— Tu sei fortunata, Marina, ma molte son destinate ad intisichire come Nina, sempre ammalata per le privazioni, oppure, cosí… qualcuna come me… quando si deve contare sul solo stipendio e si ha qualcuno a carico! C’è qualcuna che lavora da ammazzarsi, ma la miseria c’è lo stesso!

— Quindi non prenderai marito, Matilde? — chiedo seguendo il filo delle mie idee.

— Ma no, ma no — te l’ho detto — mi sento indegna, e poi hanno ancora bisogno di me.

Nel mio cuore succede un’enorme evoluzione e penso a tante cose che la mia ignoranza non sa decifrare:

– Ascolta, scusami, Matilde… con… quello.., ti senti trasportata da un’ebbrezza di felicità?

– Oh ma che felicità, che dici?! — È un sacrificio: debbo rappresentare una commedia, in quei momenti penso d’essere un’attrice che deve saper la sua parte a perfezione ed ho l’obbligo di dare ad un altro il massimo piacere…

– Ah! tu sai… come dare il massimo piacere?! — domando avidamente.

– Marina, Marina, che vuoi farmi dire? Taci, piccola innocente!

Ma io, con gli occhi brucianti… presa dal cattivo desiderio di sapere, l’invito a parlare; un dubbio atroce mi prende! Roberto mi ha… rispettata… (pare si debba dire cosí) forse perché io non ho saputo dargli il massimo piacere?! Ed ora si ride di me…:

– Dimmi, dimmi, dimmi tutto Matilde, ti prego! È giusto che anch’io sappia…

Non abbiamo ricordato più il ritorno dei cavalli, degli equipaggi… — Sedute accanto l’una all’altra, complice la penombra, Matilde ha parlato… Povera Matilde, appagando la mia malsana curiosità. Sentivo tubare due coppie di piccioni innamorati, che sulla terrazza… si rincorrevano, e mi rimescolavano il cuore, come il racconto sconvolgeva i miei sensi appena svegliati… Ah, che ora strana, di sapore acre, come una mandorla acerba in bocca… la mia saliva era amaral…

Sono partita colle guancie infuocate — camminavo senza vedere nulla.., sbalordita dalla confusione di gente, di vetture, di polvere e dai lumi accesi ovunque. In tutto quel tramestio di persone allegre, tra spintoni e gomitate, io mi sentivo sola, completamente isolata, seguendo i miei pensieri perversi, custodendo in me un germe che fecondavo, cioè la mia aspirazione di vincere Roberto e farlo mio per sempre, col dargli il massimo piacere… E mentre andavo cosí, stordita e pur soddisfatta, ho trovato il banchiere mio persecutore che sovente mi trovo alle costole. — Ah colui, forse cerca come quello di Matilde! mascalzone che è!

– O bella bimba… carina.., egli mi brontola dietro. — La finisca, eh!

– Ascoltatemi un momento!

– Se non mi lascia in pace, chiamo una guardia!

Allora si è scostato e non l’ho più visto. Ecco uno che, come 13 capelli crede alla potenza del denaro. Per me è un gusto enorme, una delizia mostrargli che non gli servirà mai con me. Oh maledetti insidiatori, come vorrei frustarvi!!

Sul portone di casa mia trovo una donna pingue, smorta, vestita di nero.

Ella mi avvicina e dice con voce melliflua:

— Perdoni, abita qui la signorina L…?

E viene con me su per le scale…

— Non so, s’informi altrove!

— Sono stanchissima, mi può favorire un bicchiere d’acqua?… ho tanta sete debbo portare questi brillanti alla signorina L… Le piacciono? Guardi!

— Che discorsi, se mi piacciono! Non è roba per me! e mi sovviene la mia crocetta che dorme al Sacro Monte.

— Li provi e guardi nello specchio…

— Ma no, tanto non sono miei!

— Oh perché non ne vuole — se volesse, lei!

E mi guarda con occhi di pesce frollo, opachi e tristi…

— Vada via, cialtrona, ho capito — signora trafficante di perle sporche!

— Come è sciocca! lavora un mese per una miseria, mentre… Se ha il fidanzato, che importa? C’è il banchiere S., il contino C. — vanno pazzi per lei…

Ella continua a vuotare il sacco di sozzura, da lenona, mentre quasi la butto giù per le scale.

— Brutta megera, brutta lupa! — le brontolo dietro, facendo la voce grossa.

E quella risponde:

— Calerà la cresta, calerà la cresta, anche a lei — mi dia la preferenza! questione di tempo, l’aspetto!

Schifosa, lupaccia! — le grido dietro, mentre quella scende adagio le scale.

— Che arie, che arie, che stupida! — mi risponde colei. Io non so altre insolenze, se no gliele direi! Ah cosí si va a tentare le giovanette, cosí si cerca di condurre al male colle lusinghe ed i brillanti?! Canaglie, canaglie! Una collera violenta mi ha tormentata per un paio d’ore! Ah calerò la cresta? Vedremo! vedremo!

— Mamma, babbo, zio mi aiuterete che io non cali la cresta!!!

I grandi ritratti mi guardano sorridenti. Il cielo è nebbioso: non vedo il precoce fiore della notte, di rondinelle non si sente piú il gaio zinzilulare: mi restano i passeri, ma ora dormono tranquilli; il silenzio è perfetto. — Mi abbandono stanca, inerte, pensosa, sulla mia chaise-longue. — Sento nell’anima la voce di Rob, prima del fallo; là… nella ricca biblioteca…

Sorella Chiara:

Laudato sii, mio signore, per quella

silenziosa, pudica a me sorella

che m’irradia il sentier

qual fiamma viva!

Ed ora, non piú pudica, non piú sorella! — I torbidi pensieri vanno pel mio cervello: un’altra fiamma ho acceso?! — Sarà portatrice di migliori eventi oppure mi spalancherà un baratro?…

Mi sono spogliata, pettinata, fatto un lungo bagno. Penso ai coccodrilli che passano la notte nell’acqua… Per questo sono anch’io come loro.., poiché a tarda sera rimango per ore intere nel mio bagno profumato di fieno e di robinia. E mentre vi sosto, leggo, o dipingo le mie conchiglie. un quadro fantastico il mio bagno. — Fra tanti ninnoli giapponesi ed io bambola di Norimberga.

Dopo la notte dei baci, della festa dei baci… ho cambiato le veglieuse da cilestrina in viola. – Ed è bella questa penombra viola sul mio corpo di tuberosa… Sdraiata sul mio lettino, rifletto e sospiro. – Poi di scatto ho un capriccio. Vestita dell’impalpabile batista e dell’oro dei miei capelli… Così seminuda canto una melodia bizzarra, fatta di lamento, mentre tocco la mia arpa, con le mie dita affusolate, candide, dalle unghie rosee e lucenti.

Lina Morelli è un cuore buono, generoso, caldo, di vera romagnola. Eppure si brontola di lei che è una maldicente e che si piglia il gusto di guastare i fidanzamenti. — Una grande delusione l’ha resa nervosa, ma credo non sia capace di nuocere ad alcuno. — Io la difendo; ma creata una fama non si toglie piú! Fatta la leggenda, rimane.

— Non farti pecora, che il lupo ti mangia, — mi ha detto ridendo; — se non dici mai nulla ti capiterà questo ed altro!

Anch’ella mi crede «omberecais» perché sopporto! Ho visto che il gran segreto, ossia uno dei grandi segreti, per la concordia è quello di tacere e taccio. — Infine mi trattano bene. Forse perché sono sotto le ali della Contessa?! Se poi mi scontentano in qualche cosa, tollero. — C’è invece chi strilla, chi minaccia, chi s’arrabbatte e piange, chi soffre, chi ride, e chi se la gode! — oh una gran commedia questo piccolo mondo telegrafico che tutti ignorano: giacché chi si serve del telegrafo non ha già pensiero per gli impiegati. Si paga ed è tutto! Eppure qual materia di studio, quale strana situazione è la nostra sia rispetto al pubblico, come verso i superiori e tra noi stessi!! E quanti segreti passano tra le nostre mani! Noi abbiamo giurato il segreto sulla corrispondenza — giurato fedeltà al Re ed alla Patria, come i soldati, di cui abbiamo la disciplina piú che ferrea. — E quel parlare lontano coll’invisibile e tutta quella elettricità che vi passa nel sangue, quel combattere per apparato con un altro impiegato lontano chilometri e chilometri, al quale se non si va d’accordo non si può dire piú di un interrogativo pena qualche guaio… tutto quel movimento di commercio, di affetti, che passa per le nostre mani… Le idee, i pensieri, gli interessi di tutti… Costretti a tacere anche vi andasse il nostro utile, od il nostro cuore. Non è una strana situazione? Così penso qualche volta mentre ferve il lavoro e do una occhiata sommaria a tutte quelle teste curve. Guardando le colleghe mi sento commossa ed intenerita… Vi sono delle lavoratrici formidabili che hanno vinto l’uomo, delle battagliere vere diplomatiche, capaci di reggere il governo… Delle oscure martiri che sciupano la loro vita tutto il giorno nel lavoro straordinario pur di sopperire ai bisogni delle famigliuole ereditate… E v’è chi trova nell’impiego un continuo campo di guerra; v’è chi ride, v’è chi piange… e chissà! Tutte avranno il loro romanzo… piú o meno triste!

— Guarda, guarda, che cosa cospirano quelle là! — Mi dice Napiero colla sua vocetta vellutata. — Fanno all’amore le due tortorelle?! Non possono staccarsi un secondo — fino a che… una bella lite non ci rivelerà vita e miracoli d’entrambe! E sempre cosí! Ah che commedia!

E ride la quaglietta grassottella, mentre sbircia nella sezione maschile.

Oggi Follini ha gli occhi di gazzella spaventata, perché ha pagata una multa per un nome sbagliato nella firma. Tace, irritatissima.

Emma Martini passa svelta ed elegante, colla testa a zazzera nera tutta ricciolata, pallida, piena di cipria. È corteggiata, adulata, ma anche un po’ tempestata! E Lella Baldes dice forte:

— Fate largo alla bellezza — poi sottovoce:

— Che aria! e non ha un baiocco! Sai che ha spinto al suicidio il primo fidanzato?

— Non sapevo, e perché?

— Perché improvvisamente impoverito, lei lo piantò! Ora sposa un vedovo con un bambino, per fare la signora, che faccia neh?!…

— Ma del suicidio si è certi sia stata lei la causa? Come lo sapete?!

— Eh, lo dicono tutti!

— Ma tutti chi?

A questa domanda quella mi guarda di traverso e brontola qualche cosa di poco gentile, lo indovino! Ecco come talvolta si tessono le reti sottili della maldicenza, sottili e forti che stringono, e non cedono più. “Lo dicono tutti!” Tutti chi? Nessuno!

— Come faccia a vestir cosí non si sa! E suo padre ne ha quattro da tirar su arricciate e gingillate. Del resto è piú bella… sei più bella tu Sambise! dice un’altra.

— Ah già; ora sono tanto bella io! Ma che me ne importa?! — Nina è urtata quando si accenna alla sua bellezza. — Ma che bellezza! Ma che bellezza! — Ella brontola scrollando le spalle, — chi mi dice questo non mi è amico!

A me fa male sentire quella che fa l’apprezzamento maligno, vorrei ribattere, ma so che stuzzicherei un vespaio contro di me, perciò rispondo solo con una risatina vigliacca, di cui mi vergogno! E Nina mi dice sottovoce:

— Quando non c’era l’Emma, mi criticavano: Era troppo alta, troppo grossa, mi squadravano, pesavano. Adesso che c’è quella là, io sono… una bellezza! Che sciocche! se avessero altro da pensare!

— Ma via Nina, non ti adirare! In fondo poi, tutte hanno buon cuore — non ti pare?

— Sí, sí, questo è vero — ma mi piacerebbe che non commentassero… ecco!

Emma, ripassa in vestaglia bianca e rosa con due gardenie alla cintura — dietro sé lascia un gran profumo di vaniglia.

— t profumata come una cocotte! — dice una ridendo.

— Fa venir mal di testa!

— Hai visto come è dipinta? — osserva un’altra, coll’aria di chi giudica un monumento.

— Ha un occhio losco, — aggiunge Follini.

– Civetta con Neri continuamente, li vedo·là-alla Hughes…- ·

– E ·quel povero vedovo starà. fresco; però è davvero

un bel tipo di donna, ammette la Mariani.

Ed ecco un concertino – di… rabbietta…·che per un momento ha il suo sfogo…. così come cronaca!

Intanto passano i telegrammi: annunzi di vita, cli morte, di gioia, di dolore, la parola amata o crudele. Il dolce e l’amaro! L’industria, il commercio…ma passano macchinalmente per le nostre mani, perché ciascuno ha il filo dei propri pensieri da torcere. – Il lavoro va, va, ma assorbe

solo le nostre forze meccaniche. — Passano i direttori, i capoturni: ad intervallo gli ispettori, passano i fattorini e le commesse, gironzolano i maschi intorno a noi, si pettegola si flirta, si tribola o giú di li — ecco la vita di tutti i giorni… Sovente qualcuna piange:

— Che ti è successo? Perché piangi?

— Non mi vogliono piú mettere in sezione maschile… Subito un’altra insinua pianino, esitando se dirlo o no:

– Perché le piace il marito della M…!

Ed io severamente le dico:

— L’ha visto lei?

— Che cosa? Chi?

— Se ha visto la Caroli col marito della M… in qualche intimità?

Allora la piccola maligna fiutato il vento infido risponde con dispetto:

– Che discorsi! Ne vediamo abbastanza. E lei è forse un secondo avvocato difensore come la Sambise? Ma già, è sua amica, chi va col zoppo!! — Io volto le spalle a quella canagliola… Povera Caroli! Ha un fratello scapestrato. Ella è buona, onesta, lavora per due facendo lo straordinario per riparare. — Della Bartoli invece si dice nulla, anzi è ben vista. — Io l’ho notato, e so perché… Matilde sa fare! Regala dolci, caramelle, invita a teatro nel palco che le offrono le signore… che ricevono lezioni di francese…!!

La bella Teresa Zerbini tutti l’accarezzano… Ida Vel-laro idem, idem, son le due tortorelle innamorate che chiacchierano in permanenza, ridono, scherzano, si dondolano tanto che passi il tempo. — Nessuno le rimprovera mai! Anzi sono gli idoli della comunità. — Perché? L’ho chiesto alla Pardovva, ed ella guardandomi con i suoi grand’occhi neri sotto le nerissime sopraciglia, ha scrollato il capo tutto bianco e mi ha detto con.  comica serietà:

— Che significa?! Significa che quelle hanno il cavicchio!

– Come, il cavicchio?!! Che sarebbe?

Sicuro, il cavicchio della fortuna, non capisce? Diavolo!

Ho dovuto ridere! — La Pardovva è una donna colta e geniale, spiritosa, spregiudicata, senza ipocrisie, mi dice sovente:

– Lei doveva scegliere il teatro! Avresti fatto fortuna! Siete una stupida!

… Lei, tu, voi! Che tipo anche fisicamente. Gli occhi nerissimi e vivaci, grande naso a rostro d’aquila, bocca larga polputa coi baffetti grigi, carne fresca e capelli d’argento. Ella non prese marito, prima pel divieto esistente fino a pochi mesi fa, ed anche pel convincimento che il marito è un fastidio! Un caro fastidio, dice lei!

Una novità! Finalmente Roberto mi scrive per dirmi che si è battuto in duello! Una gravissima ferita al braccio destro lo ha tenuto schiavo pii mesi. — Io non provo alcun dolore per la ferita grave, piuttosto mi cruccia il fatto in sé. Un duello? Per chi?! Roba di donne, certo. Giurerei per le lionesse di palcoscenico o del marciapiede! Ed ora che debbo rispondergli?

Ho pensato cinque minuti. Poi gli ho mandato un telegramma d’augurio.

Ecco tutto! Ciò lo irriterà! Tanto piacere!

Oggi entro in ufficio con aria trionfante; con impeto e brio. — Trovo Nina Sambise, sempre prima ad arrivare. Guardo le sue belle braccia e spalle ben modellate, non posso far a meno di dirle:

— Sei uno splendore!

Ed ella con tristezza ed ironia:

– Già… una stella! — Almeno tu, Marina, non dirmi delle sciocchezze!

Poi giunge Emma, elegantissima sempre:

– Altra stella, eccola qua! aggiunse Follini. Arriva Matilde Bartoli graziosa, in bleu marin:

– Tre stelle!! Ecco tre stelle! — si grida in coro.

Marca Cognac, risponde Matilde, — si ride e chiacchiera intanto che ci cambiamo vestito. C’è cordialità e gentilezza… Osservo Emma che si spoglia lentamente, si incipria, muove i capelli, si guarda nello specchio.

È realmente una bella ragazza e quasi tutte ne convengono senza alcuna invidia, la qual cosa mi fa piacere come espressione d’un sentimento di giustizia, che le onora…

È con profonda pietà che guardo certi visi scarni, immiseriti fisicamente dal lavoro, dai disagi, dai sacrifici, dalle dolorose preoccupazioni del domani. Della vita non conoscono altro che le tribolazioni e la fatica. Non hanno goduto mai nulla, non hanno mai potuto concedersi neppure un innocente capriccetto di donna, mai un bel vestito, mai a teatro, mai un buon pranzo! Povere care, povere care! Queste sono le mie predilette, le guardo con una specie di venerazione e quasi sentirei d’inchinarmi a loro, di piegare le ginocchia come a qualche cosa di veramente sacro! Il loro viso sofferente, il povero vestito confezionato da loro stesse alla meno peggio, l’espressione di mesta rassegnazione, me le fa apparire come povere statuette di martiri scolpite nel legno dai rozzi montanari e che pure hanno qualche cosa che invita alla pietà, ai buoni sentimenti. Le anime pie e semplici innanzi a quelle povere immagini accendono le lampade e depongono un fiore in un vasetto di creta… Un mazzettino di margherite dei campi, due garofani e tre foglie di geranio… Io, innanzi alle nostre vere martiri di carne ed ossa, non posso fare altro che ammirarle, compiangerle ed amarle. Qualche piccolo atto di carità morale verso di loro, io lo compio: e spero ardentemente che la nostra Federazione, che suda sangue per ottenerci miglioramenti economici, ottenga almeno l’abolizione degli stipendi minimi — gli stipendi della fame e della… vergogna!

Con altrettanta pietà guardo l’eleganza di Matilde, eleganza che copre una miseria più atroce ancora… e per uno strano fenomeno prodotto dai miei nervi sempre in sussulto… mi è sembrato per un istante che sul viso di Matilde i lineamenti si scomponessero in modo orribile, per un movimento febbrile di disorganizzazione e diventasse il volto spaventevole d’uno scheletro al quale era caduto la maschera vezzosa della giovinezza e della bellezza… di cui erasi vestito, per un batter d’ala! È passato l’attimo della visione macabra! La mia bella collega sorride.., appena appena: dolce, dolce!

Matilde ha un ricco dessous di raso nero attillato, al collo un filo d’oro con una foglia d’edera ed un 13 minuscolo. È proprio graziosa, con aria di bontà — mi pare inverosimile il suo racconto, la sua confessione! — La sua faccia è sí pura nell’espressione!

A poco a poco entra tutta la squadra! — S’incrociano i saluti, si chiacchiera, si ride. Le ritardatarie arrivano trafelate, rosse, sudate… Si teme il rimprovero o l’ammenda!

Cellina Crolli, sempre ritardataria; il bel donnino roseo, sbuffa, ed ha il cappello di sghimbescio.

— Ehi! Voi nuove, — esclama ansando, sapete? Gli esami sono fissati per la fine di ottobre!

Succede un piccolo movimento di curiosità. Gli esami sono per noi supplenti in missione. — Noi siamo poco entusiaste di quell’esame che ci darà il titolo di assistenti, anziché di ausiliarie, come le altre, mentre abbiamo eguali attribuzioni! — Ma vuolsi cosí, colà…

— Colà, un corno! È un’ingiustizia! Perché non protestate?!

— Che buffonata!

— Protestate, via!

— Vi sfruttano!

— È una speculazione!

— Che camorrismo!

— Ah quel Galimberti, bel servizio vi fa!

Queste esclamazioni partono dal gruppo non interessato. Ciò è lusinghiero per noi. Però io rido come una matta, in vena d’allegria… – Follini, stizzita, mi dà una gomitata:

– Beh! Perché ridi? Che c’è da ridere! Si può sapere!?…

– C’è che quando siamo venute eravamo uno spino… ed ora ci sostengono — quindi sono contenta, non si può!?

– Che tipo sei, eppure se non si passa all’esame ci licenziano! — dice Nina.

– Sicuro, sicuro! — incalza Ersilia Micotti, con gli occhi infuocati. — C’è poco da ridere, mi pare!

Hanno ragione, ma io vedo e sento alla mia maniera… ed ho bisogno di ridere, talvolta senza nessuna ragione, come viceversa qualche volta piango senza motivo palese.

La mia vicina d’oggi è una biondona simpatica, carezzevole e furba! — Nella camicietta tiene sempre un bottone aperto, dal quale si vede una carne stupenda, un roseo di corallo rosa. Suo padre è cieco, sua madre ha un piccolo negozio, ed ella si è fidanzata con uno studente in medicina. Lo tiene in pensione. Non parla che di lui, del suo amore, delle sue promesse. Ora è militare ed ella lavora, lavora per potergli fare i regalucci. Cattivo sistema! — Io credo che bisogna sfuggirgli di mano, fuggire come una lepre… Allora l’uomo ti corre, corre dietro come un cane! E poi tutta quella dedizione, stanca. L’uomo ha bisogno di ghermire, come fa il gatto — altrimenti non c’è gusto. — Cosí la penso io, che sono inesperta.

Rina Darelli mi parla delle sue speranze; in fine con amarezza mi dice pure: Purché non mi inganni!

Alle 15 farò una passeggiata in bicicletta nel mio bel costume color piombo col frustino pei cani e gli occhiali. — Andrò a Villa Quiete dalla signora De Ferronis, poi al Castello Brighten e rivedrò la mia antica casa, povera piccola amata! Desiderio rivederla come l’innamorato la sua donna. — Se potessi riaverla!!

— Ho visto il gallo della Checca a darle sette bigliettini, dico sette! — dice Rina Darelli.

— A chi? Che?! — chiedo io distratta.

— Oh… a Lei, al vago fiore: sette!! Ci vuoi poco a capire!

— un numero cabalistico il 7, — rispondo io furbescamente…

— Ma che cabalistico! Sono in collera; sempre cosí, quando hanno fatto lite; e guarda, viene il marito. — Ella gli sorride…! Quale commediante! Il gallo ha dei quattrini… Beati coloro che hanno i genitori all’inferno! — Quest’ultima sortita è proprio amena e io rido. Pardovva ci chiede che abbiamo da ridere.

— Ah per questo? Tutto il mondo va cosi! — E passa dando qua e là una paroletta, un sorriso, mentre la sua lingua bagna sovente le grosse labbra polpute.

E Rina le mormora dietro:

— Oh già anche Lei! Sappiamo, sappiamo — ha l’amico — un vecchio ammogliato.

— Ma è vero, poi? Sono vere poi tutte queste accuse? A me dispiacciono e non ci credo.

— Ah scusa… Credevo che… — Rina con disinvoltura cambia argomento — ha dello spirito ed è simpaticissima.

I discorsi maligni mi danno un malessere!! Io difendo cosi, per istinto — credo far bene.

Ad un altro tavolo è la polemichetta religiosa. — VignoIi (anarchico dichiarato) alza un libro declamando entusiasticamente una quartina del frontispizio:

Ecco apparir Gerusalem si vede,

Ecco additar Gerusalemme si scorge; Ecco da mille voci unitamente

Gerusalemme salutar si sente. (Tasso)

Allora scoppia l’ira di Dio! o meglio quella del diavolo!…

Giù brontolii, sarcasmi, motti ironici: «Che roba legge! Finirà monaca!? »

Chi ride, chi berteggia e chi difendo, Molti uffici sono chiusi. l’ora di tregua, di relativa tregua! Chi scrive alla macchia, chi agucchia l’uncinetto o n giro negli spogliatoi.

Il gallo della Checca canticchia — ha voce graziosa ed è la delizia di tutte le gallinelle… Io amo credere che si tratti di sentimenti affettuosi, senza ombra di colpa. — Quella vita in comune non può produrre una schietta tenerezza fraterna? Io lo ritengo; né voglio ammettere nessuna altra versione. In fine, bisogna sapere tutto, prima di condannare! Chissà come e perché, chissà dopo quali sofferenze e battaglie, la donna giunge ad amare un uomo, spezzando i suoi giuramenti di fedeltà e l’antico affetto che prima la spinse a legarsi per la vita! Io non so… sono ancora ignara della vita.., ma se il Nazzareno arrestò con una parola le pietre minaccianti l’adultera… Egli che vedeva nei cuori altrui… mi pare sufficiente perché anch’io trattenga la pietruzza del mio pensiero accusatore! Cosí rifletto, guardando i supposti colpevoli. Forse siete pii degni di compassione, che di biasimo! Io mi sento indulgente quando si tratta d’amore, perché lo so… lo so… si agisce come spinti da una forza tremenda che ti butta là, ti butta come un cencio qualunque tra le onde della tempesta! Come si può lottare?!
Ambrosoli e Pardovva leggono insieme, con aria di mistero! Afferro queste parole: «I meandri della maternità…»

— Tu non devi sentire, vattene! — mi dicono ridendo.

Io me ne vado subito.

Passa Ebe Sirtori con un vestito cosí attillato che mostra tutte le belle forme. La segue lo sguardo di tutti… di desiderio, di beffa, d’invidia…, secondo la provenienza! Nina Sambise dice amaramente:- Quella, non ha fatto dodici telegrammi in tutto l’orario! Io quasi duecento: ed a me danno calci, all’altra tutto ciò che vuole! Ed io sono anche malaticcia!

– Politica sporca, s’intende, — mormora un vecchietto geniale, e poeta per giunta.

– Domani c’è lo sciopero generale… annuncia con un certo piacere un giovane collega.

– Dossi schizza caricature a penna, farà anche la tua!

Ecco un naso da Cyrano…

… Passa un’altra tutta ben vestita. Pare entra in una sala da ballo. — Anch’ella ha il suo partito al quale fa regalucci, sorrisi e tira i fili di tutte le matasse…

— Colei ha la zecca!? Già i parenti d’Atene! È un insulto alle modeste compagne di lavoro! — mormora qualcuna, poco ottimista.

— Non dire male di Lella, in fine di che l’accusi? — chiede Rina Darelli.

Demolli biliosa rivoltandosi ribatte:

— Ah la difendi tu, Rina? Allora… basta… la parola! ah ah, — e ride un riso gutturale…

— Ho fatto apposta, — mi dice Rina, — perché colei direbbe male anche di nostro Signore! È il suo difetto — del rimanente è degna d’elogio. Lavora e bada a sé.

Auff! Non ne posso pii dell’attuale… atmosfera! Oggi mi è stata tanto greve! Ma non è sempre cosí… altre volte si può parlare di cose buone e d’argomenti piacevoli, perché in fine sono dei cuori gentilissimi che non si occupano di piccolezze che per un istante… È una fiammata subito spenta. Come un fuoco di spini secchi che manda un crepitio, non lascia traccia, ma soltanto un po’ di fumo, una vampa e nulla piú.

Ecco passati due mesi di vita eguale e monotona. Nina Sambise oggi mi pareva contenta benché stanchissima. Mentre usciamo insieme, ella mi afferra pel braccio e ridendo mi dice facendo la voce imperiosa: — Ti sequestro! vieni?! Ti prego… vieni da noi se non hai impegni, — finisce con dolce esitazione. Ho rinunciato alla gita in bicicletta per andare da lei — con lei vado sempre volentieri. Che ora cara ho passato! Sua madre è quasi guarita. Cammina abbastanza bene. Madre e figlia mi ringraziano con le lagrime, con gli occhi, col cuore! Nina mi si è quasi inginocchiata. Che emozione! — Ecco di nuovo la tua crocetta resa santa dalla carità. Dio ti centuplichi il bene che ci hai fatto! Ho potuto accomodare tutto colla generosità della tua madrina e delle altre signore sue amiche; hanno gareggiato in carità! Ora la mamma va dai suoi fratelli che l’accolgono volentieri. Sono orsi avari, ma per prenderla la prendono! Io debbo studiare per gli esami quindi non potrei curare la mia buona vecchiettina cara. Capisci? Ella pregherà per te e per me. Più per te ora, più per te… che ci hai salvato! Oh! Marina, senza di te dove finivo! ?…

— Ma tu soffrirai per la sua lontananza, — esclamo, conscia del sacrifizio di Nina.

— È vero, ma ho necessità di fare un buon esame; debbo mettermi coi libri.., e non posso più lavorare per la tua Contessa e quindi… intendi?!

Ah! mi sono sentita il cuore colpito, mentre posavo gli occhi sul tetro cortile, buio ed umido… Io non studierò e sono sicura di passare anche se do carta bianca, e questa poverina deve mandar lontana sua madre, perché non può mantenerla e deve studiare alla notte tardi, dopo tanto lavoro d’ufficio! Una grande mestizia e compassione hanno vibrato nel mio animo. Ho detto con maggior tenerezza:

– Allora resterai sola povera Nina!

– E non sei sola anche tu?!

– Sí, ma è diverso — poi io sono stata educata un po’ all’americana quand’ero piccina.

– Che!? Ma sei tanto ingenua… non te ne accorgi?…

– Ingenua! Ingenua!? Dunque anche tu mi credi un’oca omberecais?!!

Scatto cosí, un po’ arrabbiata del concetto di Nina verso di me… e faccio un po’ di broncio, come i bambini, quando si nega loro il balocco desiderato!

Non vidi mai sulla bocca di Nina, sí dolce ed affettuoso sorriso, né occhi così belli, sorridenti, colmi di bontà e di affetto, mentre mi rispondeva:

– Ma no, no! Sei ingenua non sciocca! È ben diverso, diamine!

— Ma tu non sei ingenua?! — replico io, un po’ rabbonita.

— In teoria non sono ingenua!

Nina ha arrossito, poi ha rialzato gli occhi su di me, un po’ timidi, un po’ confusi!…

Indi merenda! La merenda d’addio della signora Virginia. — La tovaglia di filo grosso, i piatti di terra, i bicchieri modesti, tutto il servizio da tavola povero, ma pulito, semplice che allieta l’anima! Sono troppo sazia d’argenterie, di lini, cristalli, ori ed argento e servi gallonati. Perciò la merenda è stata deliziosa più d’un banchetto — sopratutto le frittelle, e la torta ed il bodino di cioccolata — Nina ha sfoggiato; poverella! Per festeggiare me e la sua vecchiettina, come la chiama lei con infinito amore.

– Un giorno verrai a vedere il mio gran paese; dopo gli esami! andremo a riprendere mamma mia cara. — E se vi sono ancora, ti farò gustare delle colossali susine dai miei zii orsi, e ti dirò la storia del mio paese, mangerai la zuppa inglese…

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