Liberazione di Budrio, il racconto di Giorgio Parini

Liberazione di Budrio, il racconto di Giorgio Parini. Pubblichiamo gli ultimi due giorni del diario di Giorgio Parini, maestro elementare nato a Budrio il 9-4-1913. Durante gli ultimi e difficili tempi della Seconda guerra mondiale, dal 21 gennaio 1945, fino al giorno della Liberazione (guarda i racconti delle ultime fasi della seconda guerra mondiale raccolti dagli alunni della Scuola Media Q.Filopanti di Budrio), Giorgio annota le sensazioni, le paure e le speranze di quei lunghi mesi. È un diario molto intimo,  dove Parini racconta le vicende che si svolgono tra Budrio e Dugliolo, dove il maestro era sfollato con la famiglia e viveva nella scuola elementare, che allora ospitava anche un ospedale tedesco. Il 14 aprile, però per ragioni di sicurezza, essendo la scuola un facile obiettivo, chiede ospitalità alla famiglia Burnelli, che abita in campagna. E così, il 14 aprile, avviene il trasloco dei letti e del mobilio a bordo di un carro trainato dalle mucche del Burnelli. In quel tempo la famiglia del maestro era compo­sta dalla prima moglie, Letizia, prossima alla conclu­sione della terza gravidanza, e dai due figlio­letti Maria Vittoria, ricordata nel diario come Mavì e Gian Paolo, detto Ninetto. A Dugliolo, come nelle altre frazioni vicine poste a nord-est rispetto a Budrio capoluogo, l’arrivo degli Alleati ritardò per la resistenza dei tedeschi sul fiume Idice. Infatti, per Giorgio Parini, la Liberazione è datata domenica 22 aprile 1945, come risulta dal testo riportato.

Si ringrazia il figlio Giulio, che ha diffuso questa preziosa memoria della sua famiglia.

SABATO 21 APRILE 1945

Nel cielo passano ancora formazioni di caccia. Ci trascurano, hanno altra meta. Siamo tutti attorno alla grande tavola di Burnelli. Ci pare di sognare! Ma ecco arrivare attraverso i campi alcuni uomini da Dugliolo, andiamo loro incontro per sapere novità. Hanno il volto corrugato e dimostrano un certo affanno. Ci dicono che nei pressi circolano militi delle “Bande nere”, per rastrellare gli uomini. Il sangue mi si gela nelle vene. L’agonia non è ancora finita. Che fare? Si pensa di andare tutti noi uomini da Righetti: è una casa più fuori mano di questa dove siamo. Decidiamo e prendiamo la via dei campi. Siamo in otto o dieci. Appena siamo al largo una raffica di mitraglia ci investe. A terra! Alcuni metri da noi si alzano nuvolette di polvere. Strisciando come una serpe io mi porto dietro al pollaio di Burnelli. Mi alzo. Che sollievo! Anche stavolta l’ho scampata. Ma resta sempre l’incubo delle “Bande nere”. Nel fienile c’è un’ottima tana scavata nel fieno. Mi ficco là a fare compagnia alle galline che da una settimana sono là nascoste. A mezzogiorno il pericolo sembra sia scongiurato. Vincenzo viene a chiamarmi e mi apre la botola. Pranziamo coi Brunelli. Brindiamo alla libertà, che ci sembra finalmente di aver raggiunto, dopo tante peripezie, dopo aver sentito la morte tante volte volarci vicino. La gioia non è piena. Vincenzo corre col pensiero a suo figlio Lorenzo prigioniero in Germania. Io penso ai miei di Budrio: saranno ancora vivi? Alle tredici intravvediamo, tra il verde degli alberi, un grande movimento sulla strada. Corrono tutti verso una direzione sventolando i fazzoletti. Sono giunti i liberatori. Ecco infatti tre camionette blindate. Il cuore ha un sobbalzo, la gioia è piena! Siamo finalmente liberati. Corro anch’io. Corriamo tutti verso quella direzione. Vogliamo esternare anche noi la nostra riconoscenza: e raccontarci tutte le nostre emozioni: È questa la prima evasione dopo una settimana di eremitaggio. Saranno tutti salvi a Dugliolo? Ma non abbiamo fatto cento passi, che un fuoco tremendo di artiglieria investe tutto l’abitato di Dugliolo. I tedeschi sono annidati poco lontano da qui e studiano ogni nostro passo. Dugliolo è avvolta da immensi nugoli di polvere provocati dagli scoppi delle granate. Ritorniamo in casa e ci guardiamo costernati in faccia “Ma che gioco è questo? Ricomincia la musica!” Noi siamo fuori tiro, perché spostati un poco a sinistra. La casa di Ballandi non si vede più: un turbine di polvere l’avvolge. Forse crollata? No! A un achetarsi momentaneo del tiro, riappare ma poi, quando si intensifica la scarica, ecco ancora il solito polverone. Mi faccio il concetto che si tratta di artiglieria di piccolo calibro e quindi una casa normale offre una certa sicurezza. Guai però ad uscire; qualsiasi movimento sarebbe notato e il tiro potrebbe deviare verso di noi. Ho il mio da fare per tenere occupati i numerosi bambini: i miei e quelli della famiglia Burnelli, che hanno una voglia matta di fare quattro salti nel prato. Li incanto facendo loro vedere le illustrazioni del “Tesoro”! Decidiamo di passare la nottata a pian terreno: nella stanza è imprudente starci. Ci accoccoliamo in un camerone imbottito di balle di canapa. La musica sempre continua con intensità più o meno marcata. Le orecchie si sono abituate a quel fischio. Si sente il colpo di partenza, il sibilo lungo tutta la traiettoria e l’arrivo del proiettile a terra. È un giochetto che quasi diverte. Mi addormento. Quando mi sveglio, alle due dopo mezzanotte, non si sente più nulla. La musica è cessata. Sveglio Letizia: “Che sia la volta buona?“ le dico “Speriamo” mi risponde assonnata. Stendo le stanche membra e mi assopisco anch’io. Dopo tante notti insonni di questa lunga guerra, è questo per me il primo sonno ristoratore.

 

DOMENICA 22 APRILE 1945

È domenica, è il giorno della nostra liberazione. Sulla strada c’è un via vai festoso. Mi vesto in fretta e vado anch’io. Sull’argine dell’Idice sono fermi due carri armati leggeri. Non possono passare perché i tedeschi fecero saltare il ponte. Ora però tutta la gente ha dato mano ai badili e fra poco il passaggio sarà fatto. Noto che quasi tutti i giovani di Dugliolo hanno un bracciale tricolore: è il distintivo di partigiano. Casco dalle nuvole. Mi inoltro verso il paese. Le scuole sono state perforate da una granata. Tutti i vetri sono in frantumi. Il piazzale della chiesa è tutto ingombro di carri armati e auto blindate. I soldati sono tutti indiani: portano una divisa kaki di panno. Abituato a vedere questa gente, su illustrazioni, quasi svestita, mi fa un certo senso vederli ora chiusi in una divisa, che del resto indossa impeccabilmente. Mi danno la mano e sono gentilissimi. Tengono con disinvoltura il volante e uno dalla torretta di un carro armato manovra una grande carta topografica tutta lucida, perché avvolta in celluloide e trasmette con la radio alla “cicogna” (2) che gira piano attorno, bassa, con le sue due alone nere. Mi appresso al campanile. Seduti, avvolti nelle coperte sugli sdrai ci sono bambini, uomini e donne ancora assonnati. Hanno ancora dipinto sul volto le paure della tragica notte. A centinaia i proiettili sono caduti attorno al campanile. – “Ha resistito, ma ad ogni scossone abbiamo sentito la morte che voleva ghermirci” – mi dice Lorenzo Gaiani. Il coretto degli uomini nella chiesa è crollato. Entro in chiesa, attraverso il cumulo delle macerie, mi inginocchio davanti al tabernacolo e muto mi fermo davanti al Signore per dire il mio grazie. Durante la bufera dormiva, ma era con noi. Come nella barchetta sul lago di Tiberiade. I flutti delle onde si sono chetati, è tornata la bonaccia. Chiedo alle suore se hanno salvato la mia bicicletta. Mi dicono di sì. Allora potrò andare a Budrio. Torno a casa portando carne delle mucche di Carati, colpite da una granata. All’una sono in viaggio per Budrio. Fino a Mezzolara tutto è normale. Solo presso la chiesina di san Bartolomeo è saltato il ponte, ma un passaggio di fortuna è già stato approntato. A Mezzolara mi fermo: 1° per curiosità 2° perché pur volendo sarebbe impossibile proseguire. Sono spettatore di uno spettacolo che mai più potrò dimenticare nella mia vita. Al centro del crocicchio su un piedistallo c’ è un americano che dirige il movimento. In mezzo a un polverone giallo è un susseguirsi di macchine. Camion, vetture, carri armati, autobotti, autoblinde, motociclette, trattrici che trascinano cannoni di ogni calibro. Non vedo, sebbene lo cerchi, nessun soldato appiedato. In quella strada sta passando ora tutta la civiltà del mondo nelle macchine che l’uomo ha fatturato, belle, mastodontiche, seppur terribili. In quella strada sta passando il mondo intero rappresentato nelle sue razze: il nero, l’indiano, il neozelandese, l’australiano; ognuno, pur vestendo la comune divisa militare, ha un segno caratteristico. Gli indiani hanno un ciuffo in mezzo alla testa rasata, i neozelandesi hanno il cappello con una tesa larga, gli americani hanno l’elmetto che sporge alto sulla testa, i neri hanno l’elmetto a catino rovesciato sulla testa. Io resto incantato a guardare. Tutti sono intenti come a un lavoro importantissimo. Sono agilissimi nel manovrare l’automezzo. Nessuno si incaglia. Tutti filano con una prontezza che stupisce.

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