Giornata internazionale delle api, siamo noi i loro custodi

di Viviana Rovinetti

 

In occasione della Giornata mondiale delle api abbiamo incontrato Lara e Virgilio dell’azienda di Vedrana di Budrio (Via Fondazza 7/C) Apicoltura Pancaldi.
L’idea iniziale era quella di parlare di miele, cambiamento climatico, impollinazione e delle difficoltà che oggi gli apicoltori si trovano ad affrontare tra stagioni sempre più imprevedibili e concorrenza dei mieli esteri. Ma dopo poco il discorso cambia direzione.
Si parla di fioriture, di voli prima del temporale, di api che riconoscono i pericoli, di equilibrio e osservazione. Ma anche dell’Ape Maia, che nel corso della conversazione finirà per rivelarsi molto più importante di quanto si possa immaginare.

L’apicoltura non è un allevamento

«L’apicoltura – spiegano Lara e Virgilio – non è un allevamento. L’ape è libera fondamentalmente. Non la puoi costringere. Se rimane nell’alveare è perché ha stabilito che quello è un ambiente che per lei è congeniale.
Per questo, più che di controllo, parlano continuamente di equilibrio. L’apicoltore osserva, accompagna, cerca di capire i tempi dell’alveare e le necessità della famiglia, adattandosi ai ritmi della natura molto più di quanto riesca davvero a imporli.
Siamo noi come apicoltori che ci pieghiamo alle loro necessità. Noi siamo i custodi delle api. I pastori delle api».

Portiamo le api al pascolo

Ed è proprio da questo rapporto che nasce anche il nomadismo: gli spostamenti degli alveari seguendo le grandi fioriture. Non una forzatura, ma quasi il contrario. Perché, raccontano sorridendo, non c’è niente che entusiasmi di più le api di un’enorme distesa di fiori. Lo si vede da come escono dall’alveare, dal modo in cui volano, dall’agitazione quasi elettrica che attraversa tutta la colonia quando il raccolto è nel suo momento migliore.

«A volte escono tutte insieme, in massa. Sono proprio prese dall’adrenalina del raccolto.”
Per proteggerle, gli alveari vengono spostati sempre di notte, quando tutte le api sono rientrate e l’alveare è tranquillo.
E così, al mattino, le api si risvegliano circondate da campi di acacia, girasoli o boschi di castagni: se esiste un paradiso per le api, forse assomiglia proprio a questo».

Nel corso della conversazione emerge continuamente questa idea di rispetto reciproco tra uomo e alveare. Un rapporto antico, che negli anni è diventato ancora più delicato. Parassiti arrivati da altri continenti, cambiamenti climatici e trasformazioni dell’ambiente hanno reso sempre più difficile la sopravvivenza dell’ape mellifera.

“Se gli apicoltori smettessero improvvisamente di occuparsi delle api, l’ape da miele probabilmente non riuscirebbe più a sopravvivere da sola nel nostro territorio».

Per questo Lara e Virgilio raccontano l’apicoltura non come una forma di sfruttamento, ma come un continuo lavoro di osservazione, cura e accompagnamento.

In primis, la comunità

Ascoltandoli parlare, si capisce che quello che affascina davvero Lara e Virgilio non è soltanto il miele o il lavoro dell’apicoltore, ma il modo in cui l’alveare riesce a funzionare come un unico grande organismo.

«L’alveare non è una somma di individui. È un super organismo.
Ogni ape svolge un compito diverso, ma nulla sembra esistere davvero per il bene del singolo. Tutto converge verso la sopravvivenza e l’equilibrio della comunità. Le api più giovani restano all’interno dell’alveare, imparano lentamente, si occupano delle larve, puliscono, ventilano i favi. Solo più tardi diventeranno bottinatrici e usciranno all’esterno.
C’è un grande rispetto per l’infanzia all’interno dell’alveare” racconta Lara. “Anche le api devono aspettare il loro momento.” E poi – scherzano Lara e Virgilio – ci sono anche le “imboscate”: quelle api che sembrano passare la giornata a girare per l’alveare senza fare mai niente.
Ma anche loro restano parte della famiglia – aggiungono ridendo – Non vengono cacciate».

E forse è proprio questo che colpisce di più chi vive accanto alle api per anni: la sensazione continua che ogni gesto abbia un senso collettivo. Che tutto funzioni insieme.
Anche nei momenti più difficili, l’alveare reagisce sempre pensando alla sopravvivenza della comunità prima ancora che del singolo individuo. Ed è una cosa che, ascoltando Lara e Virgilio, sembra aver lasciato un segno profondo anche nel loro modo di guardare il mondo umano.
“Le api scelgono sempre la logica dell’azione collettiva. Noi invece quella collettiva non sappiamo neanche più se esiste.”

Purtroppo, non è “sempre stato così”. Il clima sta cambiando veramente

Mi avete raccontato un mondo bellissimo” dico loro a un certo punto. Ma sappiamo bene che oggi dovete affrontare anche tanti problemi e tanti pericoli… E il discorso torna inevitabilmente al cambiamento climatico, alle stagioni che non seguono più i ritmi di una volta, alle fioriture anticipate, agli inverni troppo caldi e alle difficoltà sempre più imprevedibili che questo comporta per le api e per chi vive di apicoltura.

“L’acacia una volta fioriva molto più tardi. Adesso spesso anticipa di settimane. Si sfasano i tempi della natura, e quando si sfasano quelli si sfasano anche le api.”

Ma il problema, spiegano, non riguarda soltanto il clima. Ci sono i pesticidi, i nuovi parassiti arrivati da altri continenti, la difficoltà di mantenere in equilibrio gli alveari e, più in generale, un modo di gestire il territorio sempre più distante dai ritmi naturali.È qui che Lara accenna anche a quello che definisce bee-washing: tutte quelle iniziative che parlano di api in modo superficiale, trasformandole quasi in simboli pubblicitari o strumenti per sentirsi ambientalmente virtuosi senza affrontare davvero il problema.

“La piantina sul balcone va bene” dice sorridendo. “Ma non basta certo quello a risolvere la situazione.”

Certo, lavanda, rosmarino e piccoli spazi verdi possono aiutare gli impollinatori. Ma, spiegano, servirebbero soprattutto scelte più profonde, una diversa attenzione verso l’agricoltura, il verde pubblico e il rapporto stesso tra uomo e ambiente.

Più apicoltura per tutti!

Cosa possiamo fare noi?” le domando a un certo punto. “Per aiutarvi, per aiutare il mondo delle api?

«Più apicoltura per tutti! Che non significa che tutti dobbiate produrre miele o diventare apicoltori. Significa piuttosto avvicinarsi al mondo delle api, imparare a osservarlo, capire come funziona una comunità dove ogni gesto ha un senso collettivo e dove nulla sembra davvero lasciato al caso.
“Vivere accanto alle api” aggiunge Virgilio “insegna qualcosa che oggi rischiamo continuamente di dimenticare: il senso della comunità, il rispetto dei tempi della natura e l’importanza delle piccole azioni dentro qualcosa di molto più grande di noi. Stiamo anche pensando a un piccolo progetto da proporre in futuro alle scuole elementari. I bambini dalle api possono imparare tantissimo. Magari saranno proprio loro a salvare il mondo. Abbiamo bisogno di nuovi piccoli alleati».

Ascoltandoli parlare, si capisce che il loro non è soltanto un lavoro. È un modo diverso di guardare il mondo. Del resto, raccontano sorridendo, quando si sono conosciuti avevano entrambi lo stesso desiderio: vivere accanto alle api.
Le api, raccontano, insegnano a rallentare e ad accorgersi di dettagli che normalmente sfuggono: il momento esatto in cui cambia una fioritura, l’arrivo della pioggia, il valore di una siepe, di un fiore spontaneo, di una pianta che cresce nel posto giusto al momento giusto.

«Ogni cosa nella natura ha un perché. E vivere accanto alle api ti insegna a vederlo.»

È questo che ti affascina del mondo delle api Lara? È per questo che sei diventata apicoltrice? le domando.

«In realtà lo sono diventata per le fantastiche avventure dell’Ape Maia» risponde ridendo. «Ma il mondo delle api è molto diverso dai cartoni animati. E forse, aggiungerei, anche più bello.»

Eppure, in qualche modo, quel cartone è rimasto. Perché ancora oggi, ascoltandola parlare delle api, si percepisce lo stesso stupore di una bambina davanti a un mondo che continua ancora a sembrarle magico.

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